Ecco le maglie dell’All-Star Game NBA 2026

Con il passare degli anni, le stelle NBA hanno dimostrato chiaramente che a loro, dell’All-Star Weekend, non frega nulla. Fin dai suoi albori, l’evento è pensato come una vetrina sulla lega di pallacanestro numero uno al mondo, e ha tre obiettivi principali: premiare i giocatori più meritevoli della stagione, attrarre gli spettatori più casuali e far felici gli sponsor, che fanno piovere vagonate di dollaroni per vedere esposto il proprio logo durante le varie esibizioni dei migliori cestisti del pianeta. Si tratta di una manifestazione vitale per la salute economica della lega, i cui introiti vengono spartiti equamente fra i proprietari delle squadre e l’Associazione Giocatori. Troppi atleti, soprattutto quelle superstar che dovrebbero fungere da esempio per i colleghi più giovani, non sembrano però aver afferrato il concetto. Ormai da tempo immemore, salvo rarissime eccezioni, l’All-Star Game è uno spettacolo pietoso per chi vorrebbe godersi una piacevole serata di pallacanestro. Certo, sarebbe ingenuo cercare la competitività dei playoff durante quella che, di fatto, è una pausa nell’estentuante calendario NBA. Dai portabandiera della lega, però, ci si aspetta comunque che onorino l’impegno. Per cercare di stimolarli, il comitato composto dal commissioner Adam Silver, dai proprietari delle franchigie e dai rappresentanti dei giocatori stessi si è prodigato in una serie di nuovi formati, ottenendo sempre lo stesso risultato: bene il primo anno, nella migliore delle ipotesi, poi riecco quei giovani multimilionari trotterellare e sghignazzare come al solito, senza la minima preoccupazione in merito al gradimento degli spettatori.
Quest’anno, l’organizzazione ha dato ascolto all’insistente richiesta popolare: “Facciamo USA contro Resto del Mondo, così vediamo chi è davvero il più forte!”. Sull’inutilità del concetto e sulla poca meritocrazia delle suddivisioni si potrebbero spendere interi paragrafi, ma sarebbe senz’altro tempo sprecato. Per capire cosa si cela dietro alle nuove maglie, presentate da NBA e Jordan Brand, basta solo sapere che si sfideranno tre squadre: due di esse, ribattezzate “Stars” e “Stripes”, sono composte da giocatori statunitensi, mentre il team “World”, come è facilmente intuibile, raggruppa i giocatori stranieri (poco importa che alcuni di loro, come Karl-Anthony Towns, siano per metà statunitensi). Salvo clamorosi colpi di scena, la squadra delle “Stars” indosserà la maglia con le stelle sul fianco, mentre quella delle “Stripes” sfoggerà le strisce, per completare l’abbinamento che domina la bandiera americana. I fianchi della maglia bianca, indossata dal Resto del Mondo, sono verdi come la terra e azzurri come il mare. Qualora riusciate a non farvi distrarre dalla commozione per cotanto patriottismo e cotale poesia, forse vi interesserà sapere che l’All-Star Weekend 2026 andrà in scena all’Intuit Dome di Los Angeles, la futuristica arena dei Clippers. I colori tipici della franchigia (bianco, blu scuro e rosso) fanno quindi da sfondo alle tre nuove maglie, mentre i caratteri utilizzati per la scritta “All-Stars” riprendono quelli che formano le parole “Los Angeles” sulla Statement Edition dei Clippers. Le sette stelle rappresentano gli altrettanti All-Star Game ospitati dalla metropoli californiana nel corso degli anni. Se invece vi steste chiedendo quali paesi verranno rappresentati dagli atleti del team World, in modo da organizzarvi adeguatamente per la parata celebrativa, ecco la risposta: i vessilli delle rispettive nazioni compariranno sul retro della maglia, sopra al numero. Ma ora, bando alle ciance e… forza Mondo! Facciamo vedere a questi americani che il vero basket si gioca… in Serbia? A Santo Domingo? In Canada? In Camerun?